OBSOLESCENZA
Ancora nella seconda metà dell’Ottocento, in Texas, Kansas e nelle Grandi Pianure i codici locali stabilivano che il furto di un cavallo poteva essere punito con l’impiccagione senza processo anche da parte di ronde di vigilantes. Il cavallo era del resto vitale per la sopravvivenza in aree spopolate, ostili e senza strade.
Ancora nella seconda metà dell’Ottocento, in Texas, Kansas e nelle Grandi Pianure i codici locali stabilivano che il furto di un cavallo poteva essere punito con l’impiccagione senza processo anche da parte di ronde di vigilantes. Il cavallo era del resto vitale per la sopravvivenza in aree spopolate, ostili e senza strade.
Nella stessa epoca, nella civilissima Londra vittoriana, 50mila cavalli erano impiegati nel trasporto di persone e cose. I taxi, gli omnibus e i tram erano tutti trainati da cavalli.
Gli zoccoli ferrati producevano sulle lastre di pietra e sull’acciottolato un rumore assordante, mentre il letame si accumulava velocemente. Noi abbiamo un’idea romantica delle città di quei tempi, ma le prime auto, quando arrivarono insieme all’asfalto, furono accolte con entusiasmo come un’alternativa pulita e silenziosa.
L’ultimo grande utilizzo di cavalli, asini e muli fu durante la Grande Guerra. Otto milioni andarono al fronte, solo un milione tornò indietro. Da quel momento l’idea della loro obsolescenza divenne senso comune.
Sorprendentemente, nonostante tutto, ci sono ancora 60 milioni di cavalli nel mondo, contro i 100 milioni di un secolo fa. Ancora più interessante è che il prezzo di un cavallo normale, tenendo conto dell’inflazione, sia praticamente lo stesso di allora, 7-8mila dollari in America, circa la metà in Italia.
L’obsolescenza accomuna tutte le cose, ma segue strade misteriose e imprevedibili. A volte è l’anticamera dell’estinzione, altre volte comporta un ritracciamento, una traversata del deserto e una rinascita in forme nuove. Le variabili che entrano in gioco sono l’ingiuria del tempo (il decadimento di un immobile), l’evoluzione tecnologica, l’antropologia, i mutamenti culturali, le scelte politiche e le vicende storiche.
Nel 1947 Frances Gerety, una giovane copywriter, creò per la De Beers lo slogan Un diamante è per sempre, uno dei più fortunati ed efficaci nella storia della pubblicità. Sette anni dopo, nel 1954, la General Electric produsse i primi diamanti sintetici per uso industriale.
Nei decenni, i miglioramenti tecnologici hanno annullato le differenze tra naturale e sintetico, che hanno oggi le stesse caratteristiche chimiche, fisiche e ottiche. Negli ultimi vent’anni si è dunque sentito spesso affermare che il valore dei diamanti naturali e il loro premio rispetto a quelli sintetici si sarebbero azzerati, ma così non è stato. In parte è stato merito della gestione semimonopolistica di De Beers e del suo marketing molto abile. In parte è stato il permanere di quella che Walter Benjamin chiamava l’aura, ovvero la sensazione di mistero e l’insieme di emozioni che proviamo davanti a un’opera originale e unica. Per Benjamin, nell’epoca della riproducibilità tecnica che ci permette di godere di infinite copie identiche, l’aura era andata definitivamente perduta, ma la vicenda dei diamanti, tra le tante, smentisce la sua tesi e riafferma l’inclinazione feticistica degli umani per ciò che è originale o esclusivo.
Il permanere dell’aura è fondamentale per chi compra arte per investimento, ma non è sempre sufficiente a difenderlo dall’obsolescenza delle mode culturali e dal trasferirsi del potere d’acquisto a seconda delle vicende economiche. Negli anni Ottanta e Novanta si impennò il valore degli Impressionisti francesi perché i giapponesi, che li amavano in quanto più vicini alla loro tradizione artistica, erano quelli che avevano più soldi grazie allo yen forte e al Nikkei in bolla. Poi la loro bolla si sgonfiò e iniziò quella dell’America, dove i gestori di hedge fund, per lustro e per investimento, spinsero al rialzo i Basquiat, i Warhol e i Koons perché li capivano di più dei grandi maestri.
Vedremo poi un giorno se l’aura sarà in grado di difendere l’oro quando lo si andrà a estrarre su qualche asteroide o nel momento, forse più vicino, in cui, invece di estrarlo, lo si produrrà. Come ci ricorda Pierre Berezin, il mercurio-198 ha solo un protone in più dell’oro-197. In teoria, bombardando con neutroni il mercurio, questo decade in oro. Non provate a farlo in cantina, ci vuole un acceleratore di particelle (dove difatti ogni tanto si trovano minuscole tracce residuali d’oro), ma non è impossibile, è solo complicato e, per adesso, astronomicamente costoso.
Una grande difesa dell’oro è che è dal neolitico che assolve alle tre funzioni di una moneta. Un’altra è che se ne estrae ogni anno, da secoli, solo l’uno-due per cento di quello che è già stato estratto, una quota quasi perfetta per accomodare la crescita del Pil senza generare inflazione. Fino al 1971 oro e terra erano considerati gli investimenti più tranquilli e tutto il resto era rischioso. Con la rivoluzione copernicana del 1971 la carta diventa misura di tutte le cose e il risk manager e il compliance officer alzano il sopracciglio se si mette troppo oro nei portafogli. Con la controrivoluzione tolemaica dei nostri anni Venti l’oro torna lentamente al centro del sistema. Per ora è una controrivoluzione passiva. Le banche centrali non vendono i loro dollari per comprare oro, si limitano a guardare con interesse alla rivalutazione di quello che hanno già e a usare i dollari aggiuntivi che arrivano da eventuali surplus delle partite correnti per comprare oro e renminbi.
L’aspetto più affascinante dell’obsolescenza in questi nostri giorni è però la tecnologia, che non solo mette in discussione tutto il resto, ma anche se stessa. I computer quantistici arriveranno tra molti anni, ma già adesso rannuvolano l’orizzonte a lungo termine delle criptovalute, perché un giorno saranno in grado di violare la blockchain, rendendola inutile e superata.
Un altro esempio è il settore del software, il peggiore, come performance di borsa, delle ultime settimane. Capitalizza, Cina esclusa, 5 trilioni e include colossi come Microsoft, Oracle, Palantir e SAP, ma anche i fornitori di cybersecurity e i produttori di software applicativo. Il mercato si è messo in testa che buona parte dei prodotti venduti da queste società saranno presto ricreabili dai loro clienti usando l’intelligenza artificiale, magari quella cinese open source a basso costo.
Che nell’arco di quattro mesi molte di queste società siano passate da alfieri del futuro a quasi ferri vecchi la dice lunga sulla vulnerabilità delle quotazioni quando scontano la perfezione. La dice ancora più lunga sulla velocità dell’evoluzione tecnologica che cannibalizza se stessa.
Se è però razionale tagliare i multipli quando la crescita rallenta, non lo è immaginare l’estinzione di un settore che è tuttora in crescita e che sarà verosimilmente capace di fondersi con l’AI. Dopo la correzione le valutazioni sono ora ragionevoli, ma converrà concentrarsi, nel futuro prossimo sulle società di software legate alla sorveglianza e alla sicurezza informatica, due aree in cui la domanda rimarrà molto forte.
Nell’arco delle ultime settimane sono stati dichiarati obsoleti il dollaro e metà della tecnologia. Si è anche riusciti, quasi senza accorgerci della contraddizione, a dichiarare obsoleto anche il tema del debasement, mentre è accanita la lotta tra i sostenitori della riaccelerazione globale e quelli dell’inevitabile rallentamento. O quella tra chi dice che sta per scoppiare la pace (in Ucraina) e chi dice che sta per scoppiare la guerra (in Iran). È un momento un po’ nevrotico di un anno che si profila anch’esso nevrotico. Succede, ed è probabilmente meglio che patire di esaltazione euforica o di depressione.
ARCHIVIO
Alessandro Fugnoli
Strategist
In Kairos da gennaio 2010, è Strategist e autore de “Il Rosso e il Nero”, newsletter finanziaria settimanale di strategia d’investimento.
Ha iniziato la sua carriera come Account Executive presso Merrill Lynch Milano; dal 1987 al 1989 ha lavorato per Gestnord Fondi come Direttore Investimenti e dal 1989 al 1994 per Caboto Group nella ricerca macro, strategica e quantitativa.
Nel 2001 ha ricoperto presso Abaxbank il ruolo di Head of Research and Investment Strategist.
Laurea in Filosofia presso l’Università Statale di Milano.