a cura di Alessandro Fugnoli, Strategist

VENT’ANNI DI BRIC

Emergenti, un concetto travolto dalla geopolitica

Vent’anni fa Lord O’Neill of Gatley, allora semplicemente Jim O’Neill di Goldman Sachs, creò il concetto di Bric, l’acronimo di Brasile, Russia, India e Cina. I Bric erano il corpo d’élite dei paesi emergenti. Dietro di loro la pattuglia dei Next Eleven si preparava a raggiungerli, seguita a sua volta dal robusto gruppo dei Frontier Markets, una quarantina di paesi promettenti distribuiti tra America Latina, Africa, Medio Oriente e Asia orientale.

Vent’anni fa Lord O’Neill of Gatley, allora semplicemente Jim O’Neill di Goldman Sachs, creò il concetto di Bric, l’acronimo di Brasile, Russia, India e Cina. I Bric erano il corpo d’élite dei paesi emergenti. Dietro di loro la pattuglia dei Next Eleven si preparava a raggiungerli, seguita a sua volta dal robusto gruppo dei Frontier Markets, una quarantina di paesi promettenti distribuiti tra America Latina, Africa, Medio Oriente e Asia orientale.

I Bric, mercati enormi con tassi di crescita doppi o tripli rispetto a quelli del vecchio Occidente, avrebbero raggiunto le dimensioni dei paesi sviluppati tra il 2030 e il 2050, avviandosi poi a superarli. Per loro O’Neill proponeva fin da subito uno o due posti nel G7. L’asset class degli emergenti, ancora vista da molti gestori come eccentrica e rischiosa, avrebbe dovuto entrare tra quelle stabilmente presenti nei portafogli per migliorarne significativamente il rendimento.

Quello dei Bric fu un colpo di genio degno di entrare negli annali del marketing finanziario, ma non si trattava di una novità in senso stretto. Era stato preceduto dalla creazione del concetto di mercati emergenti nella seconda metà degli anni Ottanta, un’altra brillante operazione di marketing che aveva accompagnato la ristrutturazione del debito dell’America Latina detenuto dalle grandi banche americane e che veniva ora riproposto al mercato nella cornice del piano Brady.

Dietro ai Bric c’era però anche qualcosa di ancora più antico che era profondamente radicato nella psiche occidentale. Era il sogno di nuovi mondi vergini e favolosi e di ingenti e veloci fortune che aveva sempre coinciso con i vari salti di qualità della globalizzazione. Dalla Compagnia dei Mari del Sud che causò la grande bolla degli anni Dieci del Settecento alle ferrovie americane o argentine nella seconda metà dell’Ottocento, con le quali si guadagnarono e persero fortune, il meccanismo era sempre quello.

L’altro grande contributo di O’Neill fu quello di fornirci non tanto una previsione (che si sarebbe rivelata corretta solo a metà) quanto una fotografia perfetta del momento culminante della pax americana che allora dominava incontrastata il mondo. Fuori dall’America e dai suoi due satelliti, Europa e Giappone, esisteva a quel punto una sola estesa area indistinta e omogena, il Resto del Mondo. In questa grande regione si erano dissolti tanto il blocco sovietico quanto il velleitario non allineamento neutralista e socialisteggiante che aveva attratto una parte rilevante del mondo ex coloniale.

Ora (ovvero nel 2001) il Resto del Mondo era tutto amico dell’America e desideroso di capitalismo. In Russia governava da poco un Putin scelto dal filoamericano Eltsin come successore. In India i nazionalisti pro business avevano appena scalzato dal potere il partito del Congresso. La Cina si apriva all’Occidente in una frenesia di crescita a due cifre. Il Brasile si preparava al boom di esportazioni verso la Cina che gli avrebbe garantito un decennio di crescita vivace.

Insomma, era un mondo in cui si poteva scegliere dove investire tirando a occhi chiusi una freccia sul mappamondo. Sarebbe andata comunque bene anche perché i flussi di investimenti finanziari da America ed Europa sarebbero bastati da soli a fare salire i cambi, le borse e i bond del Resto del Mondo. E infatti fu così.

Vent’anni dopo il Resto del Mondo non esiste più. La Cina e la Russia sono tornati a essere avversari strategici dell’Occidente, passibili o già oggetto di sanzioni. Cina e India sono tra loro fieri avversari. Il Brasile si è fatto corrompere dal boom delle materie prime e, quando questo è finito, è tornato a essere il paese dell’eterno futuro che nel presente rimane sempre avvitato su se stesso.
La dissoluzione degli emergenti è dunque prima di tutto geopolitica e riflette la deglobalizzazione e la frammentazione del mondo. Il Burkina Faso, che le burocrazie finanziarie mantengono tra i Frontier Markets, non esiste quasi più come stato fuori dalla capitale. L’Etiopia, che sembrava promettente, è attraversata dalla guerra civile. In compenso un piccolo gruppo di paesi (Cina, Corea del Sud, Singapore) è riuscito a emergere, se per emergere intendiamo la capacità di servire il mercato interno e allo stesso tempo esportare produzione originale propria. La Cina in ogni caso, contrariamente a quanto si è pensato fino a tempi recenti, non raggiungerà le dimensioni dell’economia americana per tutto l’orizzonte prevedibile.

Gli altri che vanno bene non riescono a spiccare il volo e si limitano a essere piattaforme produttive di multinazionali straniere (Malesia, Indonesia, Messico, Vietnam). Altri ancora (Argentina, Turchia) vanno ripiegandosi su se stessi.

Le opportunità d’investimento in tutti questi paesi non mancano, ma non sono più legate al loro emergere bensì a circostanze contingenti come l’essere produttori di petrolio o di metalli industriali.

Venendo ai nostri mercati, il nervosismo vero, al momento, è più sulla normalizzazione monetaria che su omicron. Se fosse su omicron, i titoli stay at home andrebbero bene e invece li vediamo deboli come il resto della tecnologia, presa di mira come proxy dai tassi.

Abbiamo sempre detto e ribadiamo che per il mantenimento di un buon tono delle borse la crescita dell’economia globale conta di più dell’inflazione. I dati di crescita sono in netta prevalenza buoni e spesso molto buoni.

Quanto all’inflazione, possiamo dire che è diventata una priorità per l’amministrazione Biden. Il dollaro forte, la conferma di Powell alla Fed con il via libera della Yellen, l’accorciamento del tapering, l’offensiva diplomatica sul petrolio e la messa sul mercato delle scorte strategiche, tutto indica che contenere l’inflazione e riuscire ad arrivare a un dato mensile che ne indichi il rallentamento sono una priorità tattica. Avere un’inflazione che scende significa avere una possibilità in più di convincere il senatore Manchin ad approvare il Build Back Better, che è la priorità strategica.

Attenzione, però. Il petrolio scende per ragioni politiche, ma i suoi fondamentali sono sempre più forti. L’inflazione strutturale, quella che ci accompagnerà nei prossimi anni quando sarà passata l’ondata transitoria, non è destinata a lasciarci, ma è un problema di medio termine.
Insomma, per ora c’è da preoccuparsi eventualmente solo del virus. Il resto va bene.

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