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a cura di Alessandro Fugnoli, Strategist

STATI DELLA TREGUA

Tra pace e guerra molti possibili esiti intermedi

Non fu la superiorità dell’aviazione talebana a cacciare prima i russi e poi gli americani dall’Afghanistan. E non fu la possente flotta nordvietnamita a costringere gli americani a fuggire da Saigon nel 1975. Né l’atomica dell’FLN a indurre De Gaulle ad abbandonare l’Algeria.

Non fu la superiorità dell’aviazione talebana a cacciare prima i russi e poi gli americani dall’Afghanistan. E non fu la possente flotta nordvietnamita a costringere gli americani a fuggire da Saigon nel 1975. Né l’atomica dell’FLN a indurre De Gaulle ad abbandonare l’Algeria.

La marina militare e l’aviazione iraniane sono state obliterate, dice Trump, ma nella regione e nel tempo delle guerre asimmetriche questo non è decisivo.

La prima spedizione contro i pirati che occupavano il Golfo di cui si abbia notizia risale al 694 avanti Cristo. Il re assiro che vi si mise alla testa si ritirò sconfitto. L’impero Sasanide, per qualche decennio tra il VI e il VII secolo il più potente e sofisticato del mondo, non riuscì mai a fermare i pirati che taglieggiavano il traffico marittimo tra la Persia e l’India. Né ci riuscirono i califfi Abbasidi al culmine della loro potenza. Marco Polo racconta che il Bahrein era occupato e governato dai pirati.

Quando gli inglesi tolsero Hormuz ai portoghesi nel 1622, la pirateria nel Golfo divenne globale. Non c’erano infatti solo i locali, ma anche avventurieri europei che depredavano le navi indiane che portavano i pellegrini verso la Mecca. I britannici chiamavano Costa dei Pirati l’area vicina a Hormuz e così la indicavano nelle loro mappe ancora a metà del XIX secolo.

Finalmente, tra gli sceiccati della zona e l’impero britannico fu raggiunta una tregua nel 1820. Quelli che oggi sono gli Emirati Arabi Uniti furono chiamati ufficialmente Stati della Tregua fino al 1979. La pirateria calò di intensità ma non scomparve del tutto.

Tornerà, se non la pace, una tregua nel Golfo? Al momento in cui scriviamo, in una situazione in rapida evoluzione, i mercati accarezzano l’ipotesi, se non di una tregua, quantomeno di una modesta de-escalation. I belligeranti, negli ultimi giorni, si sono tolti il gusto di alzare il tiro dalle installazioni militari a quelle produttive di gas e petrolio e quello che si è intravisto è potenzialmente drammatico. La sola distruzione degli impianti di estrazione di gas tra Qatar e Iran, i più importanti del mondo, potrebbe portare a conseguenze geologiche che richiederebbero anni di riparazioni.

La distruzione delle installazioni è oggi la linea rossa da non superare se non si vuole una recessione globale, un’ipotesi che solo tre mesi fa, in un mondo lanciato verso il surriscaldamento della sua crescita, sarebbe stata impensabile.

Le statistiche, raccolte ancora nelle settimane precedenti la guerra, confermano questa crescita elevata in tutte le regioni, America, Europa, Cina. Quando fra poco cominceranno ad arrivare i dati successivi al 28 febbraio, vedremo l’inizio di un processo di frammentazione. L’economia americana, trainata dagli investimenti in AI già programmati, continuerà a crescere, anche se avrà qualche problema in più di inflazione. Lo stesso per l’Europa, almeno inizialmente, anche per effetto delle spese per il riarmo. L’industria cinese, attingendo alle riserve strategiche, potrà mantenere i suoi ritmi ancora per due mesi.

Gli effetti negativi si cominceranno a vedere però fin da subito nell’area del Golfo, ovviamente, ma anche in molti paesi dell’Asia del sud, alcuni dei quali hanno già iniziato a razionare l’energia. Questi paesi, in passato, ricorrevano in momenti di difficoltà a finanziamenti da parte delle petromonarchie del Golfo, ma è evidente che questo canale, importante anche per i finanziamenti all’AI americana, diventerà presto inaccessibile.

Oggi, rispetto a una domanda globale di 104 milioni, mancano all’appello tra i 5 e i 7 milioni di barili di produzione di greggio, una quantità simile a quella delle crisi energetiche storiche, a partire da quella del 1973. Oggi ci sono riserve strategiche che allora non c’erano, ma il loro valore è ambiguo. Da una parte possono garantire due-tre mesi di quasi normalità, dall’altra tolgono per qualche settimana un freno alla prosecuzione del conflitto. Poi c’è il gas, indispensabile per fare da backup alle rinnovabili quando non ci sono sole e vento. Poi, a valle, la petrolchimica e, in particolare, i fertilizzanti.

Come potrebbe articolarsi uno scenario di de-escalation parziale (il massimo cui, in questo momento, si può aspirare)? In attesa delle navi da guerra americane in arrivo da Singapore, l’Iran potrebbe concedere il passaggio stabile di alcune navi da Hormuz, in particolare per quei paesi che accettano di non entrare nel conflitto. L’America, dal canto suo, toglierebbe le sanzioni al petrolio iraniano parcheggiato nell’Oceano Indiano, alleggerendo il fabbisogno dell’Asia del sud. Gli attacchi alle installazioni energetiche sarebbero di fatto sospesi.

Entro due settimane, in ogni caso, con l’arrivo delle navi da guerra americane entreremo nella fase calda, quella dello scontro per il controllo del Golfo e delle numerose isole lungo la sua rotta. Questo passaggio del conflitto, difficilmente evitabile, tornerà a fare fibrillare i mercati, ma sarà meno doloroso per l’economia globale se risparmierà, come abbiamo visto, le installazioni energetiche.

Finora i mercati finanziari hanno reagito con una certa compostezza alla guerra anche per l’abile intervento del Tesoro americano. Sopprimendo volatilità sul petrolio si è riusciti a calmare anche i cambi, le borse e i bond senza impedire del tutto la price discovery, che è il compito primario dei mercati. Anche la possibilità di un improvviso dietrofront da parte di Trump ha scoraggiato l’apertura di posizioni al ribasso particolarmente aggressive.

Anche se ogni giorno un po’ meno, i mercati si aspettano un rapido ripristino dei livelli di borse e tassi precedenti il 28 febbraio una volta terminato il conflitto. Vorremmo però sottolineare che non possiamo essere certi di una netta conclusione in stile “missione compiuta”. Restano infatti ben possibili scenari intermedi, come quello della guerra d’attrito prolungata. Come i belligeranti stanno facendo attenzione a non consumare subito tutte le loro munizioni, così gli investitori faranno probabilmente bene a non spendere subito tutto lo spendibile in protezione, distribuendolo invece nell’arco di settimane e mesi.

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