FEBBRE
Dal 1899 al 1956 il Sudan fu un condominio anglo-egiziano. Formalmente fu cogestito, in pratica la Gran Bretagna vi esercitò un controllo coloniale. Fino al 1899 il Sudan era stato controllato dall’Egitto, che era allora tributario dell’impero ottomano, ma quando l’Egitto divenne protettorato britannico, Londra impose al Cairo di esercitare sul Sudan solo un controllo nominale e si riservò tutti i poteri effettivi.
Dal 1899 al 1956 il Sudan fu un condominio anglo-egiziano. Formalmente fu cogestito, in pratica la Gran Bretagna vi esercitò un controllo coloniale. Fino al 1899 il Sudan era stato controllato dall’Egitto, che era allora tributario dell’impero ottomano, ma quando l’Egitto divenne protettorato britannico, Londra impose al Cairo di esercitare sul Sudan solo un controllo nominale e si riservò tutti i poteri effettivi.
Un anno prima, nel 1898, Londra aveva imposto alla dinastia Qing, indebolita dalla sconfitta inflittale dai giapponesi, di cederle per 99 anni i Nuovi Territori a nord dell’isola di Hong Kong. Altri trattati ineguali dello stesso tipo furono stipulati dalla Cina con quasi tutte le potenze europee. Anche l’Italia ottenne a Tientsin una concessione di 99 anni che mantenne fino al 1940, quando i giapponesi, benché alleati nell’Asse, la occuparono senza troppi complimenti.
Non conosciamo ancora i dettagli dell’accordo sulla Groenlandia, ma quello che si profila è un altro trattato ineguale con piccole concessioni territoriali in stile Qing e una sorta di usufrutto perpetuo militare ed economico americano che ricorda il Sudan.
Benché il modus operandi di Trump sia noto e sia stato anche codificato da lui stesso e da molti osservatori, il suo funzionamento richiede che le richieste alla controparte siano ogni volta più abnormi e scandalose rispetto agli episodi precedenti. Se così non fosse, non verrebbe indotto l’effetto di panico che prepara il terreno alle concessioni. L’anno scorso le richieste erano geoeconomiche, quest’anno il tiro è più alto ed è geopolitico e strategico.
È interessante osservare come il momento del climax della tensione creato ad arte da Trump faccia da spartiacque tra un prima, il momento della paura, e un dopo, il momento del sollievo, nei quali le emozioni arrivano ai livelli più alti e inducono ad abbattimenti di tabù e a disvelamenti del non detto.
Se i dazi del 2025 hanno abbattuto il totem liberale del libero commercio come condizione della crescita non inflazionistica, i blitz geopolitici del 2026 inducono il liberale Carney a dire a Davos che l’ordine internazionale basato sulle regole è in crisi e che in fondo anche prima fingevamo di crederci perché ci conveniva.
Alessandro Colombo, studioso di relazioni internazionali, sostiene da tempo che questa è una crisi a più strati. Non c’è solo la fine dell’ordine monocratico del 1989, ma anche di quello multilaterale del 1945. Più in profondità, sta sgretolandosi l’ordine basato sulla centralità dell’Occidente affermatasi con il colonialismo sette-ottocentesco. Ancora sotto, vacillano le regole della modernità politico-giuridica fissate nella Pace di Vestfalia del 1648.
A proposito di Carney, qualche visionario ieri lo vedeva come ispiratore di un nascente asse degli esclusi (Canada, Unione Europea, UK, India, Australia), un terzo polo destinato a confrontarsi nei prossimi decenni con il Dragonbear russo-cinese e con un’America in via di ispanizzazione e sempre più radicalizzata tra caudillos di destra e di sinistra.
Le visioni (e gli incubi) che precedono il climax lasciano il posto alle rosee visioni del dopo, sintetizzate dai nuovi massimi di borsa che seguono puntualmente le cadute. A pensarci bene, tra il petrolio venezuelano e le risorse groenlandesi avremo presto una cornucopia di materie prime. Quando si saranno sciolti i ghiacci (che in realtà nell’Artico stanno riformandosi da alcuni anni) avremo di che contrastare il monopolio russo-cinese sulle rotte polari. Riusciremo anche a difenderci dai missili ipersonici russi e cinesi (che però potrebbero arrivare anche da sud, facendo il giro lungo).
E poi, come ci può essere venuto in mente che un’America che cerca di esercitare minuziosamente potenza in ogni angolo del globo (altro che isolazionismo) voglia dissolvere la Nato o scaricare l’Europa per regalarla di nuovo al gas russo, all’interscambio con la Cina o all’instabilità cronica? Trump vuole un’Europa che si paga da sola i costi della difesa e che continua a comprare tecnologia e fossili americani. Vuole anche estrarre dall’Europa, come fa con tutti, tutto quello che può, ma non si sogna di scaricarla.
La prima ondata del Sell America, nell’aprile scorso, fu riassorbita in alcune settimane. Questa volta si farà ancora prima. Le vendite di Treasuries decise o minacciate da qualche virtuoso fondo pensione scandinavo non hanno avuto conseguenze. La Cina nell’aprile scorso cavalcò la psicosi del Sell America e vendette piccole quantità di Treasuries per mandare un segnale. L’Europa sa però che, se facesse altrettanto, le verrebbero immediatamente revocate le linee swap con cui l’America garantisce ai suoi alleati la fornitura di dollari in caso di crisi.
L’emergere costante della Cina e la guerra di movimento che Trump cerca di organizzare in risposta fanno salire la febbre geopolitica globale. Stavamo a 36 negli anni della pax americana e oggi siamo a 38. La febbre geopolitica si è sempre tradotta, storicamente, in politiche economiche espansive. Una volta queste politiche erano volte a produrre carri armati e portaerei, oggi devono produrre intelligenza artificiale.
Le politiche espansive devono anche produrre consenso interno, indispensabile per prepararsi all’eventualità della febbre a 40. Una differenza rilevante rispetto agli anni Trenta del secolo scorso è che i governi di allora godevano generalmente di un forte consenso. Oggi molti governi europei sono fragili e a rischio, Trump è a rischio e i gruppi dirigenti di Cina e Russia, per quanto apparentemente più solidi, sanno che devono stare molto attenti e continuare a garantire crescita e occupazione.
Nessuno si può permettere una recessione e nemmeno una stagnazione. Le politiche fiscali e monetarie vanno quindi sintonizzate sui 38 gradi, con le borse anch’esse allineate. Scendere a 37 non ha senso. Salire a 39 significa che le cose cominciano a complicarsi sul serio e che i mercati finanziari vanno nazionalizzati con controllo di curva e repressione finanziaria.
Da 39 in su, solo oro. A 38, oro e borse.
ARCHIVIO
Alessandro Fugnoli
Strategist
In Kairos da gennaio 2010, è Strategist e autore de “Il Rosso e il Nero”, newsletter finanziaria settimanale di strategia d’investimento.
Ha iniziato la sua carriera come Account Executive presso Merrill Lynch Milano; dal 1987 al 1989 ha lavorato per Gestnord Fondi come Direttore Investimenti e dal 1989 al 1994 per Caboto Group nella ricerca macro, strategica e quantitativa.
Nel 2001 ha ricoperto presso Abaxbank il ruolo di Head of Research and Investment Strategist.
Laurea in Filosofia presso l’Università Statale di Milano.