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a cura di Alessandro Fugnoli, Strategist

CONVERSOS

La Germania si adatta, ma non cambia

Nicodemo ascolta Gesù di notte ma torna a fare il fariseo di giorno. Il nicodemismo, ovvero la conversione con riserva mentale, il proclamarsi convertito senza volerlo essere, accompagna spesso i momenti di trasformazione storica e culturale e, nel caso in cui questa trasformazione abbia tratti oppressivi e violenti, costituisce un’alternativa al martirio.

Nicodemo ascolta Gesù di notte ma torna a fare il fariseo di giorno. Il nicodemismo, ovvero la conversione con riserva mentale, il proclamarsi convertito senza volerlo essere, accompagna spesso i momenti di trasformazione storica e culturale e, nel caso in cui questa trasformazione abbia tratti oppressivi e violenti, costituisce un’alternativa al martirio.

Il nicodemismo può assumere due forme. La prima, morbida, è una sorta di entrismo nella nuova religione. Ci si converte sinceramente, cercando però di portarsi dietro un certo numero di principi e di pratiche, come accadde agli ebrei e ai cristiani che aderirono ad alcune confraternite sufi. La seconda, rischiosa, è quella dei conversos (i marranos e i moriscos) che nella Spagna della Reconquista, per evitare l’espulsione, si convertirono in alcuni casi solo esteriormente e continuarono a praticare in segreto la loro fede.

La Germania di oggi, a guardarla con gli occhi di un anno fa, appare irriconoscibile. Dall’ordoliberalismo (concorrenza e austerità) è passata in poche settimane al dirigismo dei campioni nazionali, al disavanzo monstre del 10 per cento su Pil, al salvataggio pubblico di banche e grandi imprese, all’ignorare la sacralità della sua stessa Corte costituzionale per accettare di fatto le politiche di monetizzazione della Bce e l’abbandono della capital key. Senza contare il fatto di accettare che l’Europa possa emettere debito e praticare un embrione di politica fiscale, due tabù fino a tempi recenti.

Per molti osservatori si è trattato di un miracolo, di una folgorazione sulla via di Damasco, dell’avvio di un processo irreversibile di normalizzazione della Germania, preludio a un’Europa federale.

Calma, viene da dire. Senza volere minimizzare la portata quasi americana delle misure anticicliche e il valore simbolico di alcune decisioni tedesche sull’Europa cerchiamo di contestualizzarle nella storia della Germania Federale. Scopriremo allora che la conversione apparente è in realtà un adattamento ed è per di più reversibile.

Dobbiamo per prima cosa liberarci dell’idea che la religione civile della Germania Federale sia l’ordoliberalismo (una forma di liberalismo classico che esaspera il ruolo salvifico della concorrenza) nella versione addolcita dell’economia sociale di mercato (alla base del compromesso storico tra il Zentrum cattolico e la socialdemocrazia) aperta all’ecologia (per fare entrare i Verdi nel compromesso storico) e inserita in un’Europa delle regole di habermasiana concezione che replichi su scala continentale il modello tedesco.

Tutto questo, avrebbe detto Marx, è l’ideologia tedesca, quello che la Germania vuole credere e fare credere di essere. In realtà la vera religione tedesca è il mercantilismo, letto come perfettamente coincidente con l’interesse nazionale. Tutto il resto è sussunto sotto questi due valori. Se serve lo si usa, se non serve lo si mette da parte.

La Germania del resto non è certo nuova ad abbandonare le sue regole ufficiali in nome dell’emergenza o dell’interesse nazionale. Lo ha fatto negli anni Settanta, accettando livelli d’inflazione e di disavanzo ben poco ortodossi pur di preservare la sua competitività in tempi di recessione globale. L’ha fatto di nuovo negli anni successivi alla riunificazione, caratterizzati da elevati disavanzi pubblici. L’ha fatto ancora dopo la Grande Recessione del 2008 e poi di nuovo nel 2019, prima di Covid, quando ha di fatto svuotato il ruolo della signora Vestager decidendo che era finita l’epoca della concorrenza (il fondamento della costituzione europea, il Trattato di Lisbona) e che era arrivata l’ora dei campioni nazionali.

Se questa volta l’abbandono delle sue stesse regole è ancora più clamoroso è perché clamorosa è arrivata a essere la crisi di una Germania mai stata così forte dentro l’Europa e mai così debole nel mondo. La tempesta perfetta per il modello mercantilista è costituita, per un paese che vive esportando auto, dalla crisi dell’auto inserita in un contesto di chiusura protezionistica dei mercati esteri, di deglobalizzazione e di scontro sempre più caldo tra Stati Uniti e Cina. Più Covid, ovviamente.

A rischio di vedere allontanarsi ulteriormente gli Stati Uniti (e di dovere spendere una fortuna per dotarsi di un sistema di difesa degno di questo nome) e di dovere rinunciare alla Cina (su cui ha puntato molto) il giorno in cui l’America glielo chiederà, la Germania ha capito di essere di fronte a un rischio esistenziale e di dovere ripartire a qualsiasi costo da se stessa, cui sta dedicando due trilioni di euro, e dal cortile di casa, ovvero l’Europa. Italia inclusa, da salvare anche lei a patto che comperi tante auto elettriche tedesche.

Attenzione però. La Germania sospende le regole, usa con intelligenza il tempo di sospensione e quando si è messa a posto reintroduce le regole per tutti, perché le regole, con buona pace di Habermas, sono lo strumento per il controllo politico tedesco dell’Europa. Nessuna conversione europeista, keynesiana o MMT della Germania, quindi, ma un adattamento alle circostanze circoscritto nel tempo. Quando questo tempo sarà concluso vedremo tirate fuori dal cassetto la sentenza della Corte costituzionale di Karlsruhe e la miriade di progetti per ridurre il debito pubblico italiano (che non hanno come vero scopo la riduzione di un debito sostenibilissimo, ma il controllo politico dell’Italia).

L’aspetto positivo, se vogliamo chiamarlo così, è che la crisi del modello tedesco non sarà questa volta congiunturale, ma lunga e strutturale. La conversione apparente della Germania sarà quindi più ampia e lunga che in passato. Ne trarranno beneficio tra gli altri, gli asset finanziari europei, spinti verso l’alto dalla monetizzazione aggressiva della Bce.

Di fronte a queste importanti novità è comprensibile che le borse chiudano un occhio sui disastri dell’economia globale e guardino a qualche altro anno di politiche monetarie e fiscali straordinariamente espansive. Tatticamente, però, è possibile che le borse abbiano bruciato in poche settimane molta parte del recupero realisticamente possibile in questo 2020. La seconda parte dell’anno, tra sanzioni contro la Cina, presidenziali americane e strascichi della pandemia potrebbe essere laterale. Sarebbe comunque un risultato per il quale, nei giorni bui di marzo, avremmo tutti messo la firma.

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