rosso e nero
a cura di Alessandro Fugnoli, Strategist

IL NEGOZIO

Perché la Fed potrebbe rimanere prudente

Immaginate di avere un grande negozio sulla via principale della città e di avere un flusso di clienti costante durante la giornata. Per servirli avete dieci commessi. Ultimamente il flusso di clienti è leggermente diminuito e ora basterebbero nove commessi.

Immaginate di avere un grande negozio sulla via principale della città e di avere un flusso di clienti costante durante la giornata. Per servirli avete dieci commessi. Ultimamente il flusso di clienti è leggermente diminuito e ora basterebbero nove commessi.

Fino a ieri, però, avete sentito che in giro non c’è nessuno che sia disponibile a lavorare in un negozio. Chi ha provato ad assumere ha dovuto aspettare dei mesi per trovare qualcuno e ha dovuto pagarlo di più. In questa situazione, pensate, licenziare è rischioso. Se infatti il flusso di clienti tornasse leggermente a salire, con un commesso in meno si formerebbero code di clienti che, presto o tardi, andrebbero a fare i loro acquisti nel negozio di fronte. Per non rischiare di perdere quote di mercato decidete allora di non licenziare nessuno.

Con minori vendite e spese invariate, ovviamente, cade la produttività dei commessi e cade il vostro margine di profitto.

Adesso ipotizziamo che il flusso di clienti e l’ammontare dei loro acquisti cali ancora un po’, non solo per voi ma anche per i vostri concorrenti. A questo punto, prima o poi, qualcuno dei vostri concorrenti non ce la fa più e licenzia un commesso. Se lo fa anche qualcun altro, comincia a diffondersi la voce che ci sono di nuovo in giro persone disponibili a lavorare, magari anche senza chiedere aumenti.

Che fate a questo punto? Approfittate della disponibilità di commessi per assumerne uno? Oppure, al contrario, vi decidete a licenziarne uno anche voi perché avete visto che, in caso di bisogno, riuscirete a rimpiazzarlo? Probabilmente farete la seconda scelta.

Le cose però non finiscono qui. I commessi che i vostri concorrenti e voi avete licenziato ora non ricevono più uno stipendio. Il magro sussidio di disoccupazione e l‘incertezza sul futuro li inducono quindi a tagliare i consumi. Tra i tagli ci sono anche i beni che vende il vostro negozio. Poiché è probabile che il vostro non sia l’unico settore coinvolto dal calo dei consumi, oltre ai vostri commessi ci saranno in ora in giro persone licenziate da altre imprese di vario genere. A questo punto, se volete salvare i conti, capite che dovete rispondere al calo della domanda licenziando un altro commesso.

Questo esempio di scuola corrisponde esattamente a quello che sta succedendo (e che rischia di succedere nei prossimi mesi) in America. Ne possiamo trarre alcune lezioni.

La prima è che il mercato del lavoro reagisce in ritardo rispetto all’andamento della domanda. Un mercato tirato (del quale abbiamo avuto oggi un ulteriore conferma dal dato molto basso sui sussidi di disoccupazione) non va sempre letto come un segno di salute, ma può semplicemente significare che le imprese hanno ancora paura di licenziare (anche se vorrebbero) perché temono di non riuscire più a riassumere quando ci sarà la ripresa.

La seconda lezione è che se comincia a diffondersi l’idea che i tassi non scenderanno per parecchi mesi e che quindi la ripresa non è dietro l’angolo, chi esitava a licenziare lo farà.

La terza lezione è che il flusso dei licenziamenti può iniziare come un rivolo (e quindi indurre a pensare a un soft landing) ma può accelerare velocemente una volta che si diffonde l’idea che il mercato del lavoro non è più particolarmente tirato.

Da qui la prudenza della Fed. È vero, l’inflazione sta risalendo ed è tanto più imbarazzante quando si è appena finito di dire (come ha fatto Powell dopo l’ultimo Fomc) che siamo davvero entrati in una fase di disinflazione. È poi anche vero che questo rimbalzo è pericoloso, perché rischia di convincere consumatori, imprese e mercati finanziari che non torneremo più al due per cento e che il giorno in cui ci sarà una ripresa dell’economia l’inflazione salirà di nuovo verso livelli molto alti.

Detto questo, la Fed non può dimenticare che l’apparente solidità del mercato del lavoro può trasformarsi in una fragilità difficile da controllare una volta che i licenziamenti si saranno allargati dalle grandi imprese della tecnologia (che licenziano più per fare piacere agli analisti e sostenere la quotazione in borsa che per reale immediata necessità) al negozio sulla via principale dal quale siamo partiti nel ragionamento.

Tornare ad alzare i tassi di 50 punti base alla volta restituirebbe certamente alla Fed quell’immagine di fermezza su cui negli ultimi nove mesi ha tanto investito e ridurrebbe di nuovo le aspettative di inflazione. Un rialzo di 25 punti, bilanciato dall’apertura all’idea di altri eventuali rialzi più avanti nell’anno, ridurrebbe il rischio di una rottura improvvisa del mercato del lavoro (più la regola che l’eccezione nelle recessioni passate) e renderebbe più controllabile il raffreddamento dell’economia.

Con lo stesso ragionamento, sembra eccessivo (e in ogni caso prematuro) alzare il livello del tasso terminale oltre il 5-5.25 per cento, come alcuni hanno cominciato a fare. È stato sbagliato portarlo sotto il 5 nell’euforia di gennaio-febbraio, ma ora non è il caso di commettere l’errore opposto.

Certo, la Fed (e con lei la Bce) ha dato il messaggio che il suo comportamento dipenderà dai dati e non da un percorso predeterminato. La Fed tuttavia non cambia strada per un solo dato (i tre dati negativi che abbiamo visto in febbraio, Cpi, Ppi e Pce, sono tre modi di calcolare la stessa cosa).

In questa ipotesi, sembrano eccessivi i ribassi che alcuni strategist prevedono per i mercati azionari. È vero, i quattro mesi di rialzo partiti in ottobre hanno prodotto un posizionamento rialzista vulnerabile e livelli di valutazione piuttosto aggressivi. Una correzione del 10 per cento dai massimi di febbraio (da 4200 a 3800 sull’SP 500) sarebbe fisiologica e consentirebbe un migliore allineamento tra azionario e monetario-obbligazionario. Andare oltre, nelle circostanze presenti di ampia liquidità e di crescita economica che mantiene dappertutto il segno positivo, sarebbe però eccessivo e costituirebbe un’opportunità di acquisto.

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